Un mesetto fa, ai piedi del ponte adiacente la sede universitaria di Ca’ Foscari e alla chiesa di San Sebastiano, un anziano signore vendeva libri a prezzi che oscillavano tra 50 centesimi e 1 euro.
Probabilmente svuotava la polverosa libreria di casa, affollata ormai dalle voluminose raccolte di ricette di cucina della moglie, dalle poche guide turistiche delle città visitate durante le vacanze di famiglia, ed anche dagli usurati libri scolastici dei figli ormai grandi.
Tra questi c’era il secondo volume di un’antologia di letteratura tedesca, un’edizione assai simile nell’impostazione e nelle dimensioni a quella dei testi della Divina Commedia, consigliati alla scuola superiore (ritorna il ricordo delle interrogazioni d’italiano del triennio: “brrr…”).
Sfogliandolo, si era aperta una pagina del capitolo su Friedrich Nietzche, celeberrimo filosofo ed anche poeta (come tutti i grandi), e un titolo in grassetto si imponeva: “Venedig”.
Anche su di lui la città d’acqua aveva impresso il suo fascino e così, per piacere e curiosità, vi trascrivo la traduzione italiana di quei pochi versi composti al crepuscolo:
“Dianzi nella notte bruna,
io stavo sul ponte.
Di lontano giungeva un canto:
gocciole d’oro trascorrevano sulla superficie tremula.
Gondole, luci, musica
tutto guizzava, ebro, nel crepuscolo…
La mia anima, come un’arpa
toccata da dita invisibili, cantava a se stessa
segretamente una canzona di gondoliere,
tremando in varia beatitudine.
L’ascoltava qualcuno? …”
(Poesie – Friedrich Nietzsche)
