from venice to buenos aires (with love)

In Argentina sono sbarcata con lo spirito dei tanti conterranei che all’inizio del secolo scorso lasciarono il bel paese: con la speranza di trovare un futuro migliore.
Loro, un secolo fa, con una valigia leggera, un addio forse definitivo alla propria terra, e la prospettiva di un viaggio lungo mesi; io, con due valigie ingombranti, un volo piacevole in cui abituavo l’orecchio al suono dello spagnolo rioplatense, e il cuore carico di aspettative, nella consapevolezza che quest’avventura mi avrebbe cambiata.

L’inizio non è semplice: la fama della capitale non è di certo quella di una città sicura, il mio accento mi fa apparire come una turista straniera di passaggio e l’estensione dei quartieri, grandi come città, mi disorienta.
Basta una chiacchierata con la coinquilina tedesca, girovaga del mondo, che sdrammatizza dicendo che questo non è nulla in confronto alla Colombia, e una lunga passeggiata nel coloratissimo mercato di San Telmo, per farmi dimenticare la iniziali paure.

Il capitolo università è meno traumatico del previsto: i noiosi impicci burocratici sono resi semplici da collaboratori sempre cordiali, e un incontro con la decana aiuta a definire il programma di studi, già discusso con il tutor italiano.
L’accordo di mobilità internazionale con l’università privata di Belgrano permette di frequentare i corsi della facoltà di architettura, al quarto o al quinto anno. Una volta discussa la tesi di laurea, si ottiene il doppio titolo. Aspetto non di poco conto, visto che in Argentina il titolo di architetto abilita alla professione, a differenza di quanto avviene in Italia, dove per potersi iscrivere all’Albo è necessario superare l’esame di Stato.
La convenzione fra università prevede inoltre un tirocinio obbligatorio di 400 ore, che permette di affacciarsi in un mondo del lavoro dinamico e in crescita.
I corsi sono intensi e vari: dalla cattedra di Habilitación Profesional a quella di Preservación del Patrimonio, dal corso di Teoria y Critica a quello di Tecnologias de Alta Complejidad.
La vera sorpresa arriva con il laboratorio, il taller de arquitectura, condotto dall’architetto Alejandro Vaca Bononato.
All’inizio del corso, siamo chiamati a riprendere in mano forbici e scotch di carta, matite e lucidi, al fine di creare montajes con frammenti di immagini e disegni tecnici di opere architettoniche scelte come referenti.
Il taller è sperimentazione: si lavora con il plastico, si smonta e si ricrea, ci si confronta grazie a continue esposizioni di gruppo, e, fattore non di poco conto, ci si diverte. Si riprende a disegnare a mano, a dar valore ad ogni singola linea che, al contrario di quella tracciata con Autocad, costa fatica. Si passano le ore a cercare forme che si incastrino nel tessuto della città e i modellini in legno richiedono una precisione che si affina giorno dopo giorno, grazie all’esercizio.

I giorni trascorrono veloci, e ci si rende conto che di Buenos Aires ci si innamora lentamente.
E’ il momento giusto per vedere la città e viaggiare per l’Argentina. Luis Sepúlveda, nel libro “Ultime notizie dal sud”, invita a riflettere sui rapidi cambiamenti che stanno coinvolgendo questa regione del mondo, destinata a scomparire a causa dei “violenti cambiamenti dell’economia e dell’avidità dei vincitori”.
La speculazione edilizia, unita a poche leggi sulla preservazione del patrimonio, cambia il volto della vecchia città. Le case basse finemente decorate vengono abbattute per fare spazio ad alte torri residenziali.
Tuttavia, nonostante le rapide trasformazioni in corso, non vi mancherà occasione di sentirvi parte di questa città, coperta da una patina di nostalgia per i bei tempi trascorsi. Cercateli senza fretta, quei frammenti di città che raccontano di un passato splendente.
Appariranno.
Forse nell’ombra umida di un patio nascosto in una casa in stile francese nel barrio di Palermo; forse in un silenzioso café dalle grandi vetrate lungo Avenida Corrientes; forse in uno sguardo che ti invita a ballare in una milonga.

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