WAVe reading

Eduardo Galeano, Splendori e miserie del gioco del calcio, Sperling & Kupfer, Milano 2005.
«Il calcio brasiliano, quando è davvero brasiliano, non ha angoli retti, come non ne hanno le montagne di Rio né gli edifici di Oscar Niemeyer». Galeano scrive di calcio – il Grande Romanzo Popolare – per parlare d’altro, per comprendere l’altro. E, per non farsi mancare nulla, leggendo questo testo scoprirete chi ha segnato più reti in assoluto da quando il gioco del pallone è diventato professionistico (non furono né Pelé né Maradona).

Philip Nobel, 64.748 mq, ISBN Edizioni, Milano 2005.
Al posto delle Twin Towers distrutte rimane un grande buco, da riempire di metriquadri di uffici, centri commerciali, sport center e, naturalmente, con un memoriale dedicato alle vittime dell’11 settembre 2001. L’Architettura dei grandi protagonisti e la volontà figurativa dei dilettanti si mettono in caccia della grandezza, del simbolo, dell’idea. Libeskind vincerà il concorso in modo a dir poco rocambolesco, ma è SOM che sta costruendo.

Dave Eggers, Erano solo ragazzi in cammino, Mondadori, Milano 2008.
Questo libro dà voce a Valentino Achak Deng, ragazzo che fugge dal genocidio del Darfur con migliaia di altri. Molti moriranno: uccisi dall’uomo, divorati dai leoni. Da qualche anno esiste anche una fondazione cui sono destinati i proventi del volume (www.valentinoachakdeng.org). A proposito, è una storia vera. Dell’autore è appena uscito Zeitoun (Mondadori, 2010), romanzo-inchiesta dedicato alla catastrofe di New Orleans del 2005 causata – anche – dall’uragano Katrina.

Matteo Codignola, Un tentativo di balena, Adelphi, Milano 2008.
è un piccolo volume e non potrebbe essere altrimenti, dato che parla – tra le altre cose – della messa in scena da parte di Roberto Abbiati (attore, scenografo, autore teatrale…) del Moby Dick di Herman Melville. Libro che, nella traduzione di Cesare Pavese, conta 588 pagine a stampa; Abbiati con il suo Una tazza di mare in tempesta lo riduce a un’azione scenica di quindici minuti per un pubblico di quindici persone, che ha luogo in un teatro minimo appositamente costruito di quattro metri per due metri e settanta per due metri e quaranta di altezza.

Tom Wolfe, Maledetti architetti, Bompiani, Milano 2001.
Datato 1981 per alcuni è un classico, per molti un libro da destinare come minimo alla damnatio memoriae. Gli interrogativi che pone non sono risolti, e la tradizione del pamphlet contro l’architettura contemporanea (di volta in volta contemporanea a chi scrive) prosegue con risultati alterni. Il titolo originale (From Bauhaus to Our House) è notevole.

Carlo Ginzburg, Miti emblemi spie, Einaudi, Torino 2000
La complessa strada dell’induzione, intesa come processo di conoscenza, è foriera di inaspettate derive e scoperte ed offre innumerevoli possibilità. Per chi volesse saperne qualcosa di più questo libro del 1986, e in particolare il saggio “Spie. Radici di un paradigma indiziario” rimangono un formidabile innesco. È la strada iniziata da Giuseppe Samonà e che è stata percorsa in forme diverse da Manfredo Tafuri e dai loro più avvertiti discepoli. In più, sapere tutto del metodo Morelli è utilissimo per evitare incauti acquisti nel campo dell’arte antica.

James Kakalios, La fisica dei supereroi, Einaudi, Torino, 2007
L’autore, docente di fisica presso l’università del Minnesota, offre un decisivo contributo se non alla storia della fisica almeno a quella dei comics, prendendo di petto e risolvendo con efficacia problemi complessi che parevano non avere risposta. Se vi siete chiesti come faccia Ant Man a comunicare con le formiche tramite “onde telepatiche” (le formiche si parlano attraverso la chimica degli odori), come riesca Superman a superare con un balzo un edificio alto trenta piani (basta, per vincere la forza di gravità, applicare al salto una forza di oltre venticinque tonnellate al secondo) è il libro che non potete perdere. A ben leggere, l’indagine è condotta con un rigore esemplare. Grande escluso, con nostro vivo rammarico, è Archiman.

Simon Mawer, La casa di vetro, Neri Pozza, Vicenza 2009
Il titolo originale, malamente tradotto in italiano, è The Glass Room (Little, Brown, 2009). I Landauer, giovane coppia benestante, affidano a Rainer von Abt, architetto tedesco d’avanguardia che gode della fama di nuovo maestro dell’acciaio e del vetro, la costruzione a Mesto in Cecoslovacchia della propria casa. Rivoluzionaria. Viktor Landauer è ebreo, la moglie Liesel tedesca, l’anno è il 1929; sono dati di cui tenere conto. Se avvertite una sensazione di dejà vu non sbagliate; è un romanzo a cifra, e ogni personaggio è la maschera di qualcuno che ha realmente vissuto e realmente progettato. Indizio: se andate a Brno c’è una casa molto famosa; il custode vi racconterà che prima dell’arrivo dell’Armata Rossa nel 1945 i proprietari fecero nascondere dietro a due contro-pareti di mattoni un setto rivestito di onice (in realtà non è esattamente onice) che, lui solo, aveva raddoppiato i costi di costruzione dell’edificio. Anche se non fosse vera sarebbe comunque una bellissima storia.

Giancarlo Carnevale, Caro studente ti scrivo, CittàStudi, Milano 1993
“Scritti a difesa di un corso” recita il sottotitolo di questo stimolante testo. Stimolante per noi, nonostante gli anni siano passati e quel corso in particolare sia ormai un ricordo (vivo), nelle menti di Giancarlo Carnevale – allora docente a Palermo e residente a Venezia – e dei suoi studenti di allora, alcuni dei quali divenuti poi ottimi architetti. “Quando venni assegnato alla facoltà di architettura di Palermo, io cittadino del Lido, presi un compasso e tracciai un cerchio puntato su Venezia e il cui raggio era la distanza in linea d’aria tra le due città. Il cerchio passava più o meno anche per Berlino, Parigi e Cracovia”. Questa distanza, e la necessità di organizzare l’insegnamento in modo efficace, suggerirono all’autore un sistema di piccola posta che integrasse, ad appuntamenti fissi, la didattica cosiddetta frontale. A distanza di anni quei testi (per nulla scritti in difesa, d’altra parte i Mondiali di calcio che ci accompagnano in questi giorni di luglio insegnano che a fare catenaccio non si arriva da nessuna parte) ribolliscono dell’entusiasmo per un’esperienza che, calata nel crogiolo di una vivacissima e reattiva comunità di studenti palermitana, si è tradotta una volta di più in passione per la didattica, attitudine al confronto, gusto per il mélange dei linguaggi. E curiosità onnivora per l’architettura ben concepita e coerentemente condotta.

Reif Larsen, Le mappe dei miei sogni, Mondadori, Milano 2010.
«Fin da quando avevo scarabocchiato quella mappa sulla possibilità di stringere la mano a Dio, avevo imparato che la rappresentazione non deve essere confusa con la realtà, ma anche che, in un certo senso, lo scarto è ciò che rende le rappresentazioni così significative: la distanza tra una mappa e il territorio che descrive ci lascia lo spazio per respirare e capire in quale punto ci troviamo». TS Spivet ha dodici anni, vive in una fattoria nel Montana e da quando ha memoria disegna mappe. Di – quasi – tutto. Per capire la realtà, per razionalizzare (anche gli affetti), per trovare un senso a cose che senso paiono non averne (la paradossale ricerca entomologica in cui è impegnata da sempre la madre, il ruvido cliché del padre cowboy «che guarda sempre l’orizzonte e non guarda mai te», la perdita tragica del fratello). È un libro di stupefacente intelligenza, coraggioso fin dalla forma-racconto, intessuto com’è di disegni, diagrammi, schemi che dovrebbero aiutare a ridurre tutto ciò che accade, la vita, a evento misurabile. Ed è anche una grande, epica Avventura.

Giuliano Giongo, Tekenika, Raetia, Bolzano 1992.
Non erano ancora gli anni delle avventure “no-limits”, mediatiche e sponsorizzate. Il meranese Giuliano Giongo, privo di qualsiasi equipaggiamento di sicurezza, senza mezzi di supporto e in barba alle autorità cilene, salpa da Punta Arenas a bordo di un peschereccio male in arnese alla volta del selvaggio mare di Capo Horn. Una volta liberatosi dell’ultimo contatto con la civiltà, l’esploratore si ritrova in completa solitudine al cospetto di luoghi il cui nome farebbe impallidire i più esperti marinai: Canale di Beagle, Ushuaia, Terra del Fuoco. Da un viaggio nel deserto (anche se d’acqua) a volte non si torna. La scelta di Giongo, al termine del suo peregrinare solitario, è profondamente coerente col suo spirito: lontano dai riflettori, fa perdere ogni traccia di sé.

John Fante, Full of Life, Fazi, Roma 2002
«Era una casa grande perché eravamo gente con progetti grandiosi». Il primo di questi è il bambino (o la bambina?) che Joyce Fante, la moglie di John – l’io narrante, lo scrittore (uno scrittore fenomenale, a lungo dimenticato, la cui riscoperta dobbiamo a Charles Bukowski. A proposito, se vi capita: Musica per organi caldi, Feltrinelli) – porta in grembo. La casa è di legno, come spesso accade negli Stati Uniti, e subirà l’insidioso assalto di una colonia di termiti. «Appoggiai l’orecchio al pavimento. Laggiù, a pochi pollici di distanza […] quelle bestie ignobili masticavano letteralmente il mio legno, […] si nutrivano della carne e del sangue di John Fante.» Per riparare i danni occorrerà chiamare papà Nick, «il più grande muratore della California», innamorato delle donne e del vino e dell’idea stessa di famiglia. Il ritorno del padre, dopo anni di lontananza, permetterà di porre rimedio a molte cose. E, forse, anche ai danni causati dai voraci parassiti.

Franco Nasi, La malinconia del traduttore, Medusa, Milano 2008
«Il blu in inglese si riferisce alla tristezza, alla malinconia. Così ci si sente blue, che vuol dire essere di umor nero. […] il libro del Parlamento è il blue book (in italiano è il libro bianco), forse perché dice lealmente la verità sullo stato delle cose: infatti essere true blue significa anche essere del tutto leali.» E così via, passando per un riflessione sui piccoli cimiteri della provincia di Reggio Emilia e del Vermont (e sugli epitaffi; uno per tutti: Belli/anarchico/m. 11.7.1903), sulla definizione falsamente elogiativa che Ugo Foscolo dava di Vincenzo Monti (“Gran traduttor dei traduttor d’Omero”), sulla difficoltà di non tradire, quando li si traduce, versi come questi: «Non menare il can per l’aria,/potrebbe rompere il guinzaglio/e volare via./Un palloncino nero/che insegue pecorelle /nei pascoli del cielo.» È un piccolo arguto volume venato di ironia e understatement , in cui si finge di desiderare una lingua primigenia in cui ogni cosa si dica in un modo solo. E ci si rallegra che non sia così.

Dave Eggers, L’opera struggente di un formidabile genio, Mondadori, Milano 2002
«Siamo abbastanza convinti del fatto che quello che abbiamo di fronte sia puro frutto di genio e dote profetica, al punto che temiamo possa anche sfociare in sommosse di piazza.» È il secondo volume di Eggers che viene segnalato in questa rubrica, ma non c’era alternativa. Perché i capitoli dedicati alla breve e gloriosa avventura della rivista «Might» sono lo specchio di quello che ognuno vorrebbe vivere (in termini di entusiasmo, sconsideratezza, voglia di sperimentare, ironia) quando decide che occorre far rotolare il mondo e la leva su cui agire sono le pagine di un periodico. Perché Dave Eggers ha fondato «McSweeney’s», sulle cui pagine trovano spazio giovani narratori esordienti, e “826 Valencia”, una scuola di scrittura creativa per bambini che vivono in famiglie eufemisticamente definite difficili. Perché con l’aria di non prendersi mai sul serio parla di vicende umane inaccettabili, e reali. E perché ha ri-scritto Nel paese dei mostri selvaggi di Maurice Sendak.

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