Conferenza Supersudaca/Elasticospa

Non bisogna lasciarsi ingannare dall’aspetto di Ana Rascovsky. Dietro il vestitino rosa floreale e i codini si nascondono una grandissima passione e altrettanta forza. Insieme a Stefano Pujatti è protagonista della conferenza binata di giovedì 30 giugno. Due personalità interessanti e, come non esita a sottolineare Giancarlo Carnevale sin dall’inizio, due progettisti giovani che hanno sempre anteposto la curiosità intellettuale e la volontà di crescita al successo personale.
La parola ad Ana Rascovsky. Parla in spagnolo, lasciando alla sua lingua d’origine tutta la forza comunicativa di cui è capace. Presenta una serie di lavori, suoi e con Supersudaca, uno degli studi di cui si compone il suo collettivo internazionale, con sedi in America latina ed Europa. Il loro lavoro è guidato da un’ideologia comune: l’architettura come ricerca destinata non solo ai “ricchi”. La maggior parte dell’architettura mondiale è costruita infatti senza architetto, e Ana Rascovsky ama lavorare non solo su incarico ma anche proponendo in prima persona temi d’intervento.

Sostenitrice dell’“architettura diretta”, vuole “fare ciò che si ritiene giusto”, partendo dall’analisi di realtà spesso difficili da controllare e comprendere nella loro totalità, come quelle di Buenos Aires.
Tra progetti contro sfrenati (incontinenti!) fuorilegge, che trasformano i muri cittadini in orinatoi e linee gialle sull’asfalto che riescono miracolosamente a ordinare la confusione del mercato popolare, si riesce a comprendere il vero significato di rinnovamento urbano. Uso intensivo dello spazio esterno e attenzione alle realtà disagiate. Una ricetta per la vera riqualificazione, che si esprime anche attraverso la facciata di un edificio a ridosso delle rotaie, talmente ben progettata che il commercialista che abita nella casa di fronte dice di sentirsi più felice da quando davanti ai suoi occhi non vede più una cortina di muratura, bensì una parete verde. Questa è vera urban regeneration.
Una mandria da governare (o lasciare libera?). Una similitudine animale per definire la concezione che ha Stefano Pujatti di progetto: un unicum, composto però da singole unità che a volte scappano, a volte tornano gravide di nuove idee.
Parlare di urban regeneration implica, per l’architetto, guardare al mondo intero e a quanto, troppo, è stato costruito. Una critica, neanche velata, all’atteggiamento di Franco Purini e di altri professionisti che rischiano di trasformare il mondo in un’immensa lottizzazione, seppur assolutamente chic. La soluzione? «Costruiamo infrastrutture, scuole, spazi comuni e le lottizzazioni costruiamole sui tetti», scherza Pujatti.
Già il suo primo progetto può essere considerato un esempio di rigenerazione: la casa di un rottamaio arricchito, dove i container diventano portico, le lamiere muro di recinzione e dove i tappeti sono fatti di marmo e i pavimenti sono persiani.
Con l’Atelier Fleuriste capiamo però che la riqualificazione a livello urbano è molto di più: la volontà di non radere al suolo nessun edificio ma di trasformarlo in pretesto di intervento. La nuova costruzione non è visibile al passante, solo una nuova facciata dichiara che in quel luogo qualcosa è accaduto.
Inserimento brutale, ma ponderato, di nuovi volumi; uso di materiali “poveri” e attenzione al problema economico. La rigenerazione è anche questo, unitamente alla dissoluzione del rapporto tra forma e funzione.
In fondo «il progetto è come il maiale, non si butta via niente!». Anche un cimitero può diventare occasione di rigenerazione urbana, la morte non è necessariamente un evento da isolare, la struttura è collegata a un parco, c’è la volontà di comunicare una nuova idea di speranza e serenità. L’ispirazione è colta, il “Giudizio universale” del Beato Angelico, ma l’approccio è estremamente concreto.
Memorie di gioventù tornano nel progetto di una piazza. Riqualificare vuole dire anche ricucire un tessuto urbano frammentato attraverso un gesto unificatore.
E infine la mandria diventa bistecca. Ci sono diversi tipi di carni e cotture, allo stesso modo ogni contesto evoca immaginari diversi, che un progetto consapevole e qualificante deve saper riconoscere e sfruttare.
Giancarlo Carnevale individua un tema che accomuna gli atteggiamenti dei due architetti: la capacità di sperimentare, di interpretare un fenomeno facendolo diventare architettura, senza eccedere nella preoccupazione stilistica. In effetti Rascovky e Pujatti hanno diversi punti in comune. «Avevamo cercato di bere qualche bicchiere di troppo ieri sera per poi riuscire a litigare, ma non ci siamo riusciti», conferma sorridendo Pujatti. Rascovsky tuttavia pare trovare un punto di disaccordo: non crede che la forma debba seguire la mano dell’architetto, è preferibile trovare una logica che segua le necessità del luogo. Risponde: se la forma segue la mano, questa a sua volta segue il cervello, l’approccio progettuale non è totalmente differente. Di certo però la forma non può e non deve essere per forza collegata alla funzione, altrimenti non ci sarebbe spazio per interventi di rigenerazione, nessuna possibilità di riuso e di nuova vita.
La curiosità di Carnevale per gli strumenti e le metodologie di lavoro evidenza un’altra similitudine tra i due giovani progettisti: le modifiche apportate in opera, che se per Rascovsky sono frutto delle consuetudini costruttive argentine, per Pujatti sono conseguenza di una complessità progettuale, difficoltà volute perché occasione di crescita.
L’augurio di Filippo Bricolo per Stefano Pujatti è un invito a proseguire con lo stesso animo e con gli stessi metodi, perché c’è bisogno di progetti irrequieti, curiosi con quel po’ di “bastardaggine” che già l’architetto friulano ampiamente esprime. La speranza di Carnevale per entrambi è che continuino a essere portatori di originalità e non cedano alle lusinghe del successo personale a discapito della loro preziosa audacia progettuale.

Alberta Menegaldo

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