Conferenza MARINI/MUTSCHLECHNER


Materiali nuovi per l’architettura

Due giovani esponenti di un modo di fare architettura basato sul “recupero” dei materiali, Sara Marini e Martin Mutschlechner, sono i protagonisti della conferenza di venerdì 1 luglio. Attraverso una serie di immagini Mutschlechner parla di rigenerazione e sostenibilità: RE:structuring in relazione alla fisicità, e alla meta-fisicità; RE:novation, ovvero come affrontare la ristrutturazione; RE:use, come utilizzare lo spazio esistente nel modo più adeguato; RE:cycle utilizzo di materiali riciclati, come la plastica per la realizzazioni di muri.

Pensando al tema dei WS propone RE:think, per riflettere sulla grande importanza della storia delle città: il cambiamento demografico delle metropoli negli anni ha provocato grossi mutamenti e, in alcuni casi, anche grandi progressi. Propone inoltre il tema dell’imitazione come tecnica possibile per progettare. Mette in luce il ruolo significativo, dal punto di vista energetico e da quello della sostenibilità, di progetti-prototipi passibili di essere trasformati in progetti-pilota all’interno di un piano generale: la urban gallery che definisce come un’arena in cui le parti interessate si possono incontrare e cooperare, ma anche come strumento di controllo per la conoscenza e per l’acquisizione di esperienze. La sua struttura si compone di quattro dispostivi principali: methodology, books, utopias, vision. Spiega poi l’utilizzo di scenario games per simulare e rintracciare le condizioni in cui i prototipi possono essere inseriti. Venezia è forse il luogo migliore per accogliere e diffondere nuove architetture perché possiede delle caratteristiche particolari che le permettono di riorganizzare processi esistenti iniziandone di nuovi. «Bean Site: + Erasure, + Migration, + Transformation, + Origination» si legge sull’ultima immagine proiettata sullo schermo, in una foto che sembra la materializzazione di un disegno di Ugo Pratt: un gabbiano su una bricola. L’accezione Bean Site si riferisce alla scelta del sito di progetto delegata alla sorte attraverso un lancio di fagioli sulle mappe.
L’intervento di Sara Marini ha molti punti in comune con quelli del collega. Un’introduzione video, realizzato da Fabio Bordone, mostra l’approccio al tema della città-copia: «Abbiamo seguito le orme di Palladio, poi abbiamo fatto un passo indietro e abbiamo taciuto […], abbiamo spinto oltre il limite quello che era un semplice andare verso […] lasciando il cittadino globale alla sua solitudine. […] L’inorganico ci ha sostituiti, abbiamo accettato di ridurci al grado zero […] Potëmkin-villages […]. Siete pronti per la contemporaneità? Attenti che una statua non vi schiacci! Potëmkin-villages, anche per voi avverrà una caduta nel tempo… siete la maschera della verità. […] Care architetture, da oggi non sarete più copie sole sulla scena, […] non simulerete più una vostra presenza, […] da oggi sarete tutto!», un patchwork di citazioni sulla critica architettonica che esprime l’elegia di un’architettura “assente”. Discutendo sul tema dei WS, urban regeneration, la Marini pone l’accento sul termine “parassita”, che descrive gli elementi che hanno bisogno di attaccarsi ad altri per poter vivere nella città. La stratificazione interrotta dal movimento moderno ha portato a un consumo del suolo non più sostenibile: le direttive sulla limitazione del nuovo sono state modificate dalla necessità di riutilizzare l’esistente. Lo scarto in architettura e nel paesaggio viene rappresentato dalla Marini in due progetti: il Parque de la Fontsanta, a Sant Joan Despi, Barcellona, del 1999, di Manuel Ruisanchez; e Casa Parisi Sortino, Ragusa, costruita tra il 2001 e il 2004 di Maria Giuseppina Grasso Cannizzo. Spiega poi come l’abbattimento di parti inutili alla ristrutturazione della casa, che definiscono limiti, bordi e passaggi duri, venga invece riutilizzato per realizzare elementi più adatti. Mostra per concludere un unico suo progetto realizzato in collaborazione con Alberto Bertagna, una casa unifamiliare nelle Marche. Il preside avvia il dibattito: «Che fare dei frammenti? Non possono avere tutti lo stesso valore». Sara Marini risponde richiamando l’esperienza di Ungers a Berlino nella quale è stata attuata una scelta di cosa abbandonare, mentre Mutschlechner parla di gerarchia degli elementi per dare un ordine alla scelta. «La centralità dello scarto – dice la Marini – viene in parte definita dai territori, ed è un tema forte poiché l’economicità non ha di per sé forza di trasformazione». Prosegue poi affermando che un esempio come quello della Palm Island di Dubai è assolutamente sintomatico rispetto al “pesce” veneziano, dove nella scala a vista d’uomo si riesce a cogliere una città seriale priva di spazi pubblici di grandi dimensioni. Venezia viene vista come l’archetipo della città in crisi. In risposta, Mutschlechner afferma che non si è parlato del significato sociale dello spazio e che non vi è certezza su cosa sia un residuo e cosa non lo sia. Anche il suo studio utilizza materiale riciclato, ma viene usata la parola “ecologico”, non “scarto”.

Miriam Peraro

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