Conferenza LOVERO/SCHNEIDER


Ricerca e divergenza

La diversità tra Pasquale Lovero e le esponenti del gruppo Agency, Carolyn Butterworth e Renata Tyszczuk, si coglie già dalla soglia dell’auditorium del Cotonificio. Il primo arriva con il carrello di diapositive fotografiche e una cartella di appunti. Le seconde lavorano a una presentazione che subito rivela spirito di sperimentazione. L’introduzione di Esther Giani insinua qualche dubbio sulle apparenze, non a torto. Si tratta di due esperienze diverse per formazione, provenienza culturale e geografica, ambito d’intervento ed esiti progettuali, ma sono entrambe esperienze di ricerca sulla città e l’edificio. Ricerca dall’anima creativa che tenta di rispondere ai problemi della società.
Le due componenti di Agency si presentano delineando la loro storia. Sono un gruppo di docenti e ricercatori provenienti dalla Scuola di Architettura dell’Università di Sheffield, con una grande eterogeneità di interessi, formazione e impegno nella didattica, ma accomunati dallo stesso spirito critico, dalla dedizione all’insegnamento universitario e dal metodo di lavoro in team. Agency lavora con strumenti alternativi, come la grande quantità di domande riportate su di un dépliant, perché ritenute strumento adeguato a indagare la trasformazione della realtà urbana. Viene sottolineato il quesito che pone il problema di come possa l’architettura lasciare l’ambito più strettamente accademico per raggiungere la strada, metafora del mondo quotidiano. È poi presentato il Live Projects, strumento didattico ideato da Agency. Attraverso questo progetto il gruppo di docenti di Sheffield cerca di dare risposte concrete alla città, entrando in stretta relazione con le persone che la abitano. I lavori proposti agli studenti, infatti, hanno sempre un committente reale, e per quanto possano essere diverse le richieste e le risposte, si raggiunge comunque un incontro finale tra studenti e committenza. Questo avvicina gli studenti tanto alla realtà urbana in cui lavorano, quanto ai soggetti che richiedono l’intervento, siano essi privati, pubblica amministrazione, organizzazioni o associazioni. Le due docenti illustrano quindi alcune proposte del Live Projects, che rivelano immediatamente l’eterogeneità dei risultati. Progetto è tanto edificio quanto intervento di web design o semplice definizione di uno scenario, purché il segno lasciato sulla città sia tangibile e offra risposte reali alle persone per trasformare la realtà.
L’intervento di Lovero è disarmante nella sua chiarezza, e segna anche dalle sole immagini una distanza di approccio al problema dell’urban regeneration da Agency. Il primo punto su cui si sofferma il docente Iuav è proprio la definizione del problema, così «generico da generare dei sospetti». La rigenerazione urbana pone innanzitutto la questione della preesistenza, che è presenza non solo di edificato, ma soprattutto di abitanti, coinvolti nel processo di trasformazione. Il secondo problema è quello delle competenze: quali sono le figure che partecipano alla rigenerazione urbana? Quale ruolo hanno docenti, pubblica amministrazione, architetti, urbanisti? Lovero volutamente non fornisce una risposta ma la polemica è chiara. Ancor più chiara alla luce di un esempio di intervento urbano, il caso dell’Ospedale al Mare del Lido di Venezia (per il quale si rimanda a «W.A.VE.» n. 3). Il fatto che l’iter di trasformazione dell’area sia gestito da un commissario ha creato conseguenze notevoli, sia sul piano amministrativo sia su quello progettuale. Le potenzialità di rigenerazioni sono state congelate, perché «Spaziante non è il Barone Haussmann», e l’intervento è «subordinato al calcolo economico finanziario». Allo stesso modo «Mossetto non è Spada», il fautore della nascita, ad inizio Novecento, del Lido che oggi conosciamo. È emblematica l’esclusione della pubblica amministrazione e dell’Iuav dalla progettazione, poiché il professor Alberto Cecchetto è intervenuto nella trasformazione dell’area non come docente di questa Università ma come libero professionista. Lovero ha quindi illustrato due suoi progetti di ricerca per Porto Marghera e per Vicenza. Qui la distanza dal lavoro di Agency si fa ancor più chiara. Egli affronta tutte le scale urbane e architettoniche e usa un impianto figurativo molto più tradizionale, pur nella ricercatezza e nell’innovazione delle proposte. Resta ferma l’attenzione ai processi sociali e alla loro ricaduta sul tessuto urbano.
Il dibattito che segue pone domande fondamentali. Il divario di approccio e di esiti tra gli antagonisti è incolmabile. Il coinvolgimento delle persone nel progetto, secondo Lovero pone quesiti di modalità e fine dell’operazione. Dall’altro lato questo è carattere immanente del lavoro di Agency tanto quanto la multidisciplinarietà e l’eterogeneità delle risposte. Ma le differenze non si fermano a questo: diverso è l’approccio alla didattica, diversa la definizione delle proposte, diverso il concetto stesso di progetto. E anche quando, tramite la mediazione di Esther Giani, le idee convergono sui principi base di quest’ultimo problema, i volti degli interlocutori non sembrano affatto convinti. Ed è certamente un buon segno, perché pone l’attenzione alla vivacità creativa che caratterizza il tema della rigenerazione urbana, così come il problema generale della definizione stessa di architettura. E non sempre, in questi casi, la convergenza è auspicabile.

Giacomo Cecchetto

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