Conferenza PATESTOS/SPADONI


Incontro tra Europa e Sudamerica

Il titolo della conferenza è “Patestos e Spadoni a confronto”, ma potrebbe benissimo essere qualcosa come “Europa e Sudamerica a confronto”, quantomeno per quanto riguarda le pratiche urbanistiche e l’urban regeneration.
La differenza non è tanto nella concezione dell’architettura, vista da entrambi come occasione per creare nuovi spazi, nuove prospettive e nuovi frammenti di città. La diversità maggiore è nel contesto in cui i due protagonisti sono impegnati.
Patestos prende parola per primo e chiarisce di non essere (purtroppo) un libero professionista, ma di occuparsi di ricerca e didattica. Inizialmente fa una riflessione introduttiva sull’urbanistica dell’immediato secondo dopoguerra. In quel momento storico gli urbanisti al servizio delle amministrazioni si arrabattavano nel progettare città continue e megalopoli territoriali, proponendo interventi atti a creare qualcosa di nuovo, senza necessariamente connettersi all’antico.
L’Iuav era all’avanguardia nella ricerca architettonica di quel periodo (e lo stesso Patestos, come puntualizza Carnevale nell’introduzione, ha conseguito il dottorato presso l’Istituto veneziano): si iniziava a capire che non esisteva la possibilità di creare parti di città nuove del tutto autonome, ma che occorreva interagire con la città storica. È necessario tener conto del genius loci, analizzare gli aspetti culturali della città, affinché ogni intervento non costituisca solo un mero abbellimento della città, ma comporti un cambiamento strutturale e creare luoghi anche socialmente importanti. Questo si ottiene solo dal connubio tra teoria della progettazione urbana, storia della città e studio delle tipologie edilizie. L’architettura è da considerarsi “frammento urbano”, soprattutto in Europa, dove ogni opera è inserita in contesti con una storia millenaria. «Questo – prosegue Patestos – è un atteggiamento fuori moda, ma è anche l’unico modo per superare il concetto di architettura come mera figurazione».
A sostegno di quanto affermato, l’architetto greco presenta due tesi di laurea di cui è stato relatore. La prima: un progetto di centro civico e culturale all’interno di piazzale Aldo Moro a Torino. Un vuoto urbano di circa un ettaro, clamoroso risultato del pressapochismo dell’urbanistica degli anni Sessanta e oggi spazio degradato all’interno di un’area di grande interesse. Il secondo progetto è un complesso ubicato ai piedi della Mole Antonelliana.
La parola passa a Spadoni che si cimenta in pubblico per la “prima volta” con un eloquio italiano positivamente sorprendente e che conduce l’uditorio a rapportarsi con una realtà esotica opposta a quella della Torino di Patestos: San Paolo in Brasile. Attraverso immagini notevoli illustra le caratteristiche di questa metropoli dove l’Avenida Paulista, strada definita “museo dell’architettura moderna brasiliana” è stata ricostruita tre volte nell’ultimo secolo, e dove le favelas sono a diretto contatto con gli edifici borghesi.
Spadoni definisce San Paolo «città senza memoria», in cui le rovine del secolo XVIII e XIX costituiscono l’unico patrimonio archeologico. L’architetto brasiliano espone quindi alcuni progetti, realizzati e non, organizzati in quattro “operazioni concettuali”: la “foresta urbana”, la piazza, l’intervento sull’isolato e quello sul singolo edificio. I progetti per il Dom Pedro Park e il Marginal Teté-Pinheiros sviluppano l’idea della foresta urbana, riempiendo gli spazi residuali del tessuto formatisi dalla crescita incontrollata di infrastrutture e edifici. Le proposte per Largo da Batata e Boirro Novo costituiscono esempi circa le modalità di progettare una piazza che divenga fulcro ordinatore funzionale e infrastrutturale. Per quanto riguarda gli interventi sull’isolato vengono presentati due progetti che risolvono ambedue la questione dello spazio pubblico come vuoto di sosta e di passaggio, uno spazio che consente, per citare Patestos, la «riappropriazione collettiva della città da parte dei cittadini»: il Campus dell’Università Mackenzie e il Paula Souza Center. Gli edifici singoli sono rappresentati da una serie di padiglioni ed edifici di servizi pubblici ben inseriti in punti nevralgici di San Paolo.
È il momento delle considerazioni finali. Patestos, a cui si chiede quali siano le differenze di approccio con il collega d’oltreoceano, risponde che è più corretto parlare di affinità. “Francisco”, commenta il docente di Torino, “fa l’analisi urbana e territoriale, ed è difensore della tradizione del moderno”. Apprezza inoltre il fatto che Spadoni non si ferma all’immagine e non scade nel funzionalismo né nel decostruttivismo tanto lodato attualmente dalle riviste di architettura.
Il titolo della conferenza potrebbe benissimo essere “Europa e Sudamerica a confronto”, ma forse sarebbe più appropriato, vista l’amicizia e la stima reciproca tra i due relatori, “Incontro tra Europa e Sudamerica”.

Giordano Cova e Michele Brida

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