Lettera di Gilberto Corretti agli studenti

Lettera ai miei settanta studenti

Prologo
Cari ragazzi,
è un sentimento di gratitudine che provo la mattina, quando vi trovo intorno ai tavoli a lavorare ai vostri progetti disegnando, tagliando cartoni, modellando scampoli di bottiglie di plastica.
Mi chiedo se la mia presenza sia utile a soddisfare i vostri desideri, le vostre speranze e giuste ambizioni. Il workshop è dedicato all’architettura, concetto oggi profondamente in crisi, la cui visione tradizionale è forse ancora vitale solo nella mente degli speculatori finanziari. Come architetto credo che la sua natura sia più profonda, talvolta dimenticata o volutamente celata.
Discorso difficile a farsi, me ne rendo conto.
Ci proverò comunque.

Epilogo
Nell’intervista proiettata giovedì scorso Ettore Sottsass dice che il progetto, di architettura o design, esprime la consapevolezza della tragedia esistenziale. La prima volta che ho udito queste parole, che Ettore pronunciava spesso, avevo solo qualche anno in più di quelli che avete voi.
Non ne capivo bene il senso, così lontano dal mio ottimistico orgoglio di futuro architetto e gli rimproveravo una vena d’amaro pessimismo che non ritrovavo poi nelle sue opere, piene d’esplosiva e vitale sensualità. Poi, con il passare degli anni, ne ho forse compreso il messaggio. L’architettura non è nata per soddisfare bisogni ed esigenze materiali del genere umano.
I nostri cugini di primo grado, scimpanzè e gorilla, vivono benissimo senza. Noi, se ignoriamo l’opinione dei creazionisti, eravamo come loro. Allora perché l’abbiamo inventata complicandoci, e non poco, la vita?
La risposta più credibile e ragionevole è che sia stato il caso, abilmente spalleggiato dalle leggi della probabilità, il grande arbitro di tutti gli eventi dell’universo. Quel caso e quelle probabilità hanno provocato nei nostri antenati quadrumani un corto circuito, un trauma cerebrale che li ha portati a riflettere sulla propria condizione.
Riflettere: verbo che indica una proprietà della luce che, quando colpisce una superficie levigata ritorna su se stessa.
E’ la proprietà dello specchio e dell’acqua in riposo, metaforicamente indica la capacità di chi, nel vedere riflessa la propria immagine, nello specchio o nell’acqua, come accadde a Narciso, riconosce di essere un’entità individuale: cioè io.
E’ accaduto ad ognuno di noi quando, balbuzienti bebè posti davanti ad uno specchio, abbiamo concluso che quell’essere impacciato che vedevamo eravamo noi e non un altro bambino dell’asilo nido.
Ci sono molti modi, nelle religioni e nel mito, per indicare quel momento fatale dell’umanità: dal morso della fatidica mela ad altre storie più o meno complicate. Tutte descrivono un evento tragico, all’origine di tutti i mali e le inquietudini che hanno afflitto e affliggono l’umanità intera. La consapevolezza del proprio esistere si porta dietro la consapevolezza della morte e dei limiti, nel tempo e nello spazio in cui siamo stati gettati dalla nascita.
Destino difficile da accettare, la storia dell’umanità è simile ad una ruota che gira intorno a questo perno. Da sempre si sono escogitati modi, come la filosofia e la religione, per fermare la tragica giostra: abbiamo inventato reincarnazioni, vita dopo la morte, dissolvimento del proprio io nel flusso dell’universo, accettazione stoica del proprio destino. La più comune a tutte le culture è quella di riversare la propria vita, come un liquido da vaso a vaso, nella memoria di chi ci sopravvive.
Per rafforzarne l’eventualità, poiché anche i posteri sono mortali, affidiamo la memoria a cose che, nell’apparenza, potranno loro sopravvivere più a lungo, come le pietre e i minerali della terra.
I popoli nomadi delle steppe seppellivano i loro morti sotto un tumulo di pietre. Ogni pietra era portata da un membro del clan d’appartenenza ed era tanto più pesante quanto più grande era il rapporto d’obbedienza o l’affetto provato nei riguardi del defunto.
Di conseguenza la grandezza del tumulo esprimeva la memoria della propria esistenza e il gradino occupato nella scala sociale.
Viviamo tempi diversi da quelli delle tribù nomadi della steppa, ma credo che questa sia la sostanza dell’architettura e così mi spiego le parole d’Ettore Sottsass.
L’architettura nasce dalla riflessione sulla condizione umana e può sfociare in atti di volontà di potenza e prevaricazione degli uni sugli altri, come le piramidi e le torri sempre più alte e contorte, oppure in atti di pietas e doni d’amore verso il prossimo, e quindi verso noi stessi, come le ceramiche colorate di Gio Ponti ed Ettore Sottsass.
Tutto il resto è tecnica e artificio.

Gilberto Corretti

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2 thoughts on “Lettera di Gilberto Corretti agli studenti

  1. Aggiungo uno stralcio di un’altra lettera che mi diede un mio amico,quando gli comunicai la mia intenzione di fare Architettura:”…Quando fai Architettura straccia sempre ciò che ti pare bello e finito, è un’ipotesi lenta che raggrinzisce e marcisce nella tua testa, interessati piuttosto a ciò che non ti convince, se lo guardi con nuova luce, con occhi diversi e tempi diversi allora brillerà e sarà Architettura.
    Fino a quando studi nessuno ti dirà mai che ciò che fai sia corretto, o che vada bene, i tuoi prossimi 5 anni,saranno 5 anni di porte chiuse…non è pazzia, è un insegnamento: ad Architettura si insegnano Dubbi, non Certezze…”.
    Lettere da tenere bene a mente,e da rileggere spesso: spaesati come siamo,aiutano.

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