Conferenza CHUN/DEGANELLO


Culture a confronto

La “folla” prende posto. Dire che la presenza alla conferenza binata di giovedì 7 è poco consistente è più che un eufemismo. Giancarlo Carnevale si dedica comunque alla presentazione dei due protagonisti, dando inizio a quello che potrebbe essere un interessante confronto tra culture.
Chun Jinyoung, nel suo inappuntabile italiano, illustra un progetto di grande interesse: la riqualificazione del tracciato del canale urbano di Seul. La premessa storica è necessaria: dalla fondazione, circa seicento anni fa, seguendo le regole del Fenshui e il canone cinese antico, alla dominazione giapponese e alla guerra di Corea che ha portato enormi danni.
La ricostruzione post-bellica è occasione di interventi consistenti nel tessuto urbano: il Sewoon sangga, centro commerciale e di servizi lungo più di un chilometro, e l’interramento del canale cittadino, elemento che da sempre è stato fulcro della città trasformandosi addirittura nella traccia per un viadotto sopraelevato. Chun non dà giudizi di sorta sull’intervento per alcuni versi aberrante. L’atteggiamento, tipicamente occidentale, di critica e condanna è sconosciuto in Oriente. Se la città viene percepita come un organismo unico, un grande corpo in crescita, interventi smisurati, forse dequalificanti, sono ritenuti espressione dei tempi e delle contingenze economiche. Le città in Corea si evolvono con estremo dinamismo. La grande sopraelevata, infatti, viene abbattuta nel 2003, in favore di un consistente intervento di riqualificazione che mira alla riapertura del canale. La velocità dei lavori ci lascia stupiti: in due anni il progetto è ultimato. Anziani e bambini possono di nuovo passeggiare sulle rive e sedersi sulle ampie gradinate. Chun è orgoglioso di questa operazione, che aveva già iniziato a indagare un anno prima dell’inizio dei lavori poiché il progetto del canale è stata un’occasione per ripensare la città e ricucire i tessuti circostanti.
Paolo Deganello presenta quattro suoi progetti di design e architettura d’interni, il tema è la rinaturalizzazione della forma dell’architettura. Non urban regeneration, ma una ridiscussione della cultura del progetto, per riqualificare in maniera sostenibile il fare architettura più che la città intera.
L’elemento del tavolo è prima pretesto per ribadire la volontà del progettista di creare un oggetto che possa essere personalizzato dal cliente (Artifici, Paolo Deganello per Cassina) e poi esempio di recupero e attenzione al territorio (Tavolo a km 0, Paolo Deganello donato dall’autore alla Fondazione Aldo Morelato). Gli interventi architettonici sono occasioni per far emergere temi fondamentali. La cantina a Can Rafol dels Caus, Spagna, privilegia un’architettura non astratta ma data dalla preesistenza. Roccia, cemento, acciaio e luce; la liberazione della materia, che vuole offrire nuove percezioni.
L’intervento in una casa di Ignazio Gardella a Milano è invece una “questione di colore”. Il rifiuto dell’architettura come monumento porta Deganello a privilegiare un progetto dell’abitare che avvicini il prodotto alla quotidianità operando interventi minimi. Le stanze dell’alloggio vengono trasformate con particolare attenzione al colore delle pareti e alla luce. Deganello progetta costruendo spazi virtuali, esce dall’immagine dell’architetto per avvicinarsi al cliente che ama l’architettura, e in particolare la sua.
Giancarlo Carnevale, pur nel diverso approccio all’argomento, pare trovare delle analogie tra i due progonisti. Il tema che si va diffondendo è il tentativo di “non buttare via niente”; un approccio non solo formale, ma etico. Una seconda vita per elementi quotidiani, manufatti architettonici, ma anche oggetti urbani.
Chun trova nel collega un approccio giusto alla questione della sostenibilità, che consiste nel tentativo di avvicinarsi al luogo, più che dichiarare se stessi. Vede uno spirito positivo di continuità e la volontà di essere “naturale”.
Deganello, da ex urbanista deluso, cerca di introdurre il tema della riqualificazione nello scenario italiano. L’immobilismo e l’inerzia del nostro Paese, se paragonati alla rapidità d’intervento orientale, sono una disgrazia o una fortuna? Le difficoltà linguistiche cominciano a emergere, ma le differenze non sono solo di idioma, quanto più di approccio culturale. Chun parla di ritmi della città, di tempi giusti per interventi giusti e dell’importanza di valutare tutti i mille punti di vista che il progetto può offrire. La nostra mente occidentale non ci permette forse di immedesimarci appieno nelle sue teorie, permane sempre quel lieve distacco che dichiara diverse provenienze e un differente modo di pensare l’approccio urbano.
Cerca Deganello un confronto, tenta di comprendere se ci possa essere un’architettura totalizzante, o se forse non abbia più senso che ogni contesto generi un suo progetto di architettura. Cos’hanno in comune la grande Seul, che forse dovrebbe lavorare sulla riduzione della densità, e la nostra piccola Gubbio, sempre più vuota all’interno, che si espande invadendo le campagne?
Chun è interessato al lavoro sulle città storiche, ma la Corea, con le sue tante città di fondazione, non è il contesto adatto.
Il dialogo si conclude con tanti interrogativi ancora aperti e un Deganello impressionato dalla logica orientale, pragmatica, risolutiva. «L’Oriente mi fa paura», scherza.
Ma forse, come afferma Carnevale, è più impressionante valutare le nostre modalità di approccio al mondo orientale e a queste tematiche, storiche ma sempre in evoluzione.

Alberta Menegaldo

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