Impossessarsi della città


La retorica della città attuale ci dice che il suo aspetto è standardizzato, tendenzialmente ricorsivo in quasi ogni luogo. Effettivamente è facile per tutti ritrovare elementi, oggetti, ambientazioni o interi luoghi ripetuti o richiamati nelle città di matrice occidentale, o che aspirano a quello stile di vita.
Grazie ai molteplici fenomeni legati alla globalizzazione, alla diffusione degli stereotipi e dei desideri di massa e alle riposte attese come desiderabili, possiamo confortevolmente trovare una replica del centro commerciale o del punto vendita preferito, o muoverci agilmente, con fare sicuro, in ambienti che ci ricordano, luoghi noti perché ne ripetono e condividono la logica distributiva e le finalità.


Da una parte, dunque, siamo spinti a pensare di vivere in posti che si somigliano, e questa idea si trasforma in quella di essere tutti un po’ uguali. Un’uguaglianza uniformante, non un’uguaglianza che sottintenda i medesimi diritti e doveri. Ma questa è una questione più ampia di quella che voglio segnalare qui, adesso.
Questa vernice uniforme non riveste tutto e non a tutti sembra piacere.
Così qualcuno si riprende pezzi di città con azioni di “impossessamento artistico”, agendo spesso sui ritagli, gli scarti o le porzioni di spazio ed edificato vissute come insignificanti.
Writer di varie aspirazioni rubano superfici da rivestire e partendo dal racconto di piccole storie, si evolvono trovando stili e soggetti distintivi e da vandali si trasformano in artisti desiderati, rendendo improvvisamente degni di nota luoghi ed oggetti fino a poco prima misconosciuti.
I guerriglieri da giardino si appropriano di terreni incolti e dimenticati, facendone dei piccoli gioielli di vegetazione, per restituire del verde e del colore alla città, con la poetica di un gesto di fecondazione che spesso porterà solo dopo molti anni alla fioritura di quanto lasciato sepolto.
Come nel caso dei filari di alberi di mele, nati dai torsoli lasciati dai lavoratori durante la costruzione delle banchine lungo i canali, circa un secolo e mezzo fa, nello Utah, o i semi infilati nei tubi di plastica lasciati a vista dai lavori per i nuovi collegamenti adsl alcuni anni fa a Venezia, che erano segnalati da apposite etichette.
Si tratta di piccole azioni che manipolano la sensazione di appartenenza degli spazi, modificando con piccoli o grandi gesti i luoghi che si vogliono sentire più propri, più vicini.

Sotto il nome di DIY (Do it Yourself) Urban Design si possono includere diverse azioni a disposizione dei cittadini che si vogliano cimentare in tentativi di personalizzazione ed appropriazione di spazi ed oggetti abbandonati o trascurati.
La caratteristica comune è l’alterazione creativa, non autorizzata dei beni comuni, ed in questa casistica rientrano operazioni tra loro diverse, come quella realizzata a Portland nel 1996 (dove un gruppo di residenti ha trasformato un incrocio dipingendone la pavimentazione e poi convertendola nella Sunnyside, Piazza per la comunità), i reverse graffiti di Alexandre Farto, o i disegni dei tombini di San Paolo.
Senza citare l’ormai arcinoto Banksy.

Qui di seguito i link ad alcune gallerie fotografiche.

DIY: http://www.good.is/post/diy-urban-design-from-guerrilla-gardening-to-yarn-bombing/)
Banksy: http://www.banksy.co.uk/newoutdoors/index.html
Alexandre Farto: http://www.letsdesign.it/it/2011/01/guerrilla-street-art-reverse-graffiti-i-like-it/
I tombini di San Paolo:  http://www.environmentalgraffiti.com/featured/sao-paulo-incredible-storm-drain-graffiti/17274

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