FASHION AT IUAV :: OPEN DAY 2011

Il 7 luglio lascio W.A.VE. e corro a Treviso. Va in scena la Moda con una concentrazione di eventi che valorizza un percorso di studi unico in Italia, il cui marchio è Iuav.
Lo spettacolo inizia con la mostra curata da Judith Clark, che espone gli esiti dei laboratori di progettazione e i workshop del corso di laurea triennale claDEM, e continua al Teatro Comunale dove sta per iniziare l’attesissima sfilata delle collezioni, abiti e accessori, dei laboratori finali diretti da Angelo Figus ed Els Prost.
Con un po’ di ritardo si apre il sipario su una scenografia minimale; quinte nere si stratificano dilatando la percezione dello spazio prospettico in una fuga che fagocita le firme dei nuovi creativi. Sono gli studenti, con le loro collezioni, a rilanciare l’idea di fatto a mano e su misura. Hanno progettato, cucito, confezionato, curato sin nel minimo dettaglio le loro creazioni, scelto anche le musiche.
Sono colpito da Marta Busatto: in Revolution Distorted è ispirata dal parka, un must per i Mods degli anni ’60. Otto soldatesse, con anfibi ai piedi e falcata decisa, non mi spaventano: mi affascinano, sono coperte da un cappuccio che ne oscura i volti e quando si liberano delle giacche svelano tutta la loro femminilità in outfit che mescolano texture in pelle verdi e nere.
Sulle divise dei cadetti lavora Eleonora Cercato, associando alla disciplina militare il rigore geometrico dell’arte e dell’architettura.
Lei è perdere il controllo, collezione di Alessandra Micolucci, è un modo per ripensare le uniformi del matrimonio su spose che fingono di credere nell’amore eterno. Poiché tutto ha una fine, gli sposi non esistono e i modelli maschili sono comodamente indossati al contrario dalle donne.
Mi diverte constatare che le collezioni più convincenti oscillano fra la parata e la celebrazione; il punto di partenza è sempre stravolto dalla realizzazione dell’idea, che tende a scardinare le gabbie uniformanti dei riferimenti.
Se gli studenti del laboratorio di progettazione abito hanno sviluppato il loro concept da una ricerca del tutto personale, in una sorta di scavo introspettivo, la progettazione degli accessori intreccia l’odierna cultura visuale con le etnie. I risultati sono sorprendenti: borse, scarpe, bracciali, collane, accessori di pregevole fattura, arredano i corpi di modelle in total white, che negano la presenza dell’abito attraverso una rivisitazione della sua custodia semitrasparente.
Sweet-passion di Patrizia Giacotti guarda ai dolciumi, in un gioco di sfere di metallo e gomma per le borse, come i chupa chups dei doppi tacchi delle scarpe.
In Play Time Marta Zaffonato analizza la comicità gestuale tipica dei non-sense del cinema muto anni ’20. Le borse d’ufficio si svuotano alla base e diventano comodi poggia-scarpe in bianco e nero; la ribalta è una lavagna sulla quale scrivere nei momenti di pausa.
Sulla trasformabilità funzionale lavora anche Silvia Romanelli: la ricerca del benessere e il contatto con la natura si manifestano nell’uso dei materiali, le borse hanno manici in legno e diventano comodi materassini in erba sintetica sui quali sdraiarsi nell’atto contemplativo del guardare oltre il visibile.
Il pensiero della giovane designer spiega l’intento: “Voglio restare così, distesa su un prato, a scrutare l’infinito e lasciar liberi i pensieri”. Come darle torto? Farei una pausa per riflettere su quanto visto, ma “le déjeuner sur l’herbe” non è in programma e mi precipito all’I.T.C.S., dove gli studenti della laurea specialistica in Design e teorie della Moda espongono gli esiti dei laboratori in un percorso articolato.
Pedane in legno fuoriescono da aule a noi inaccessibili. Avanzano i modelli con i capi degli studenti. C’è troppa gente e fatico ad arrivare nell’aula magna, dove ammiro i pregevoli vestiti maschili indossati in un girotondo continuo.
Si capisce che la Moda è una disciplina che coniuga il sapere teorico-scientifico con le tecniche, in una pratica artistica unica in Italia.
Eppure è qui, è Iuav!

Massimiliano Ciammaichella


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