Il cohousing avanza

Leggendo oggi un articolo di C. Raffa  su questo argomento, pubblicato tempo fa nella versione online del Sole24ore, ho riflettuto sul fatto che in pochi anni la denominazione cohousing è divenuta familiare a chi si occupa di architettura e a chi cerca nuove soluzioni abitative che consentano di avere alcune comodità in più, anche vivendo in appartamenti di dimensioni non gigantesche, grazie alla condivisione di luoghi accessori tra più nuclei familiari, come lavanderie, spazi multiuso, aree per bambini, camere per ospiti, spazi verdi, laboratori, ecc.

Questo tema è ormai frequente nei corsi di progettazione e nei workshop estivi Iuav degli ultimi anni, ma il concetto ha faticato a prendere piede in Italia fuori dalle mura universitarie: l’idea di condividere qualcosa stabilmente con qualcuno sembrava di difficile attecchimento, rimanendo la casa singola uno dei massimi desideri diffusi.

Forse per assonanza con la scarsa capacità di valorizzare e rispettare le risorse pubbliche, che a tutti competono in godimento e tutela, per alcuni anni sembra aver prevalso il timore di non essere capaci di porsi dei limiti nell’uso comune o quello che “gli altri” ne avrebbero approfittato.
L’idea però ha fatto breccia, piacendo a giovani famiglie attratte dalla possibilità di avere a disposizione maggiori comfort, in edifici di solito costruiti secondo standard di elevata efficienza, esteticamente attraenti.
La disponibilità di spazi spinge alla creazione di servizi condivisi, come il dopo scuola per i bambini che vivono nell’edificio.

In un certo senso, anche questa scelta si può leggere nell’ottica di un generale ritorno di interesse verso forme di edificato che riecheggiano valori e strutture sociali del passato: non ci sono più le famiglie numerose che vivono il cortile con altri parenti ed erano la rete sociale di riferimento dell’individuo, ma di fatto questo tipo di iniziativa tende a ricreare delle relazioni tra i variegati nuclei familiari attraverso la scelta di condividere delle risorse materiali che producono interazioni.

Il cohousing sembra riprodurre in scala minuta gli esiti che le amministrazioni cittadine cercano di ottenere con la ridensificazione degli spazi urbani e il ritorno in auge del modello dell’isolato ad alta densità abitativa e connotato da mescolanza funzionale: ritornare alla dimensione di vita urbana per cui il cittadino si riconosce negli spazi e nelle funzioni che ha disposizione e crea relazioni significative con gli altri abitanti del luogo.

Ma, a voler essere maliziosi, non è l’unico modo di guardare il fenomeno…

Nel post “Vicini di casa: sareste disposti a pagare per sceglierli? “ di M. Serafini si suggerisce come per alcuni valga la pena di spendere per poter decidere a chi stare vicino.

Cinicamente, l’altra faccia dell’adesione ad un’idea potrebbe essere la possibilità di escludere chi non la condivide, o non si considera adatto.

Ma questo è l’argomento per un altro post e per riflessioni più articolate.

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2 thoughts on “Il cohousing avanza

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