Che vita da Albanese, in: «La Nuova Vicenza»


Trentanni che faccio danni a Vicenza e ancora nessuno che si sia preso la briga di prendermi un po’ per il culo: finalmente ci pensa questo dannato giornale con la sua rubrica di satira”.
Comincia così la lettera scritta al giornale “La Nuova Vicenza” di Flavio Albanese, prossimo “padrone” della Basilica Palladiana, chiamato dal sindaco a ridare vita al più importante monumento cittadino.
Ecco i suoi piani per il futuro:
Mi chiamo Flavio Albanese però non sono Albanese“. Faccio l’architetto ma faccio l’architetto tra virgolette. E adesso dirigo la Basilica pur non sapendo dirigere nemmeno la mia auto. Ci sarebbe quasi da preoccuparsi, se non fossimo a Vicenza. Ma per fortuna ci siamo, e qui non conta essere un grande genio. Basta essere paraculi.
Dedico questo mio scritto a tutti i vicentini che ancora si domandano perché gente come me ha successo mentre molti altri, altrettanto bravi se non di più, restano dei perfetti nessuno. Ve lo spiego mentre mi concentro su come sfruttare la nostra Basilica Palladiana, che da cinquant’anni non serve assolutamente a niente. Che vergogna: in questa struttura post-arcaica e pre-industriale mai niente si è visto di coordinato e di ritmicamente coeso, come finalmente avverrà sotto la mia egida, capace di dar linfa a progetti operativi territorialmente significativi nel loro essere motori e motrici della vicentinità.
E direi che avete capito bene il primissimo segreto del successo: non dire niente dando l’idea di scoprire l’America. Sul punto sono onestamente imbattibile e avete ben poco da copiare. Potreste però imparare i segreti di una gestione razionalmente creativa, capace cioè di muovere energie sinergiche, tesa a far della Basilica un punto focale per un’utenza non necessariamente individuabile nel rapporto presenza-ambiente ma in quello essenza-ambiente. Tradotto in italiano significa tirar su un mucchio di quattrini per il beneamato Comune portando dentro anche quattro gatti purché con molte lire, e soprattutto plauso e rispetto dell’intelligenza danarosa. Faremo poi i conti per capire quanto servirà alla città. Mentre sui miei, per cortesia, vorrei che non mettesse il becco nessuno.
Potreste poi capire com’è facile far bella figura nelle interviste, anche dicendo niente ma ammantandolo di trifore verbali e absidi sintattiche: un po’ come se diceste a vostra suocera che l’ultima serata a casa sua è stata magnificamente barocca e incessante nella sua univocità formalista e sofistica. Lei sarà ben lieta e pazienza se le avete detto che vi siete fatti due palle come mongolfiere.
E come quando presento i miei progetti a ricchi clienti che qua vengono a farsi derubare per avere la mia firma sulle loro bieche catapecchie volgari e inconsistenti. Racconto loro storie magnifiche e pregnanti, promulgo tesi innnovative e ardite progettualità oniriche. Ma quando mi domandano come farà a stare in piedi un tavolo con due sole gambe me la filo rapidissimo lasciando l’incombenza ai miei poveri vice. Trova in te le risposte per trovare la chiave di volta di questa scabrosa sfida architettonica, dico loro. Che sta per Mo so’ cazzi tuoi, nella lingua di voi plebei dell’architettura”.

Scritto da Elena Derossi il 22 giugno 2012.
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