GALLO

ANTONELLA GALLO
(1963), architetto, professore associato, insegna Composizione architettonica e urbana presso l’Università Iuav di Venezia dove si laurea in Architettura nel 1990 con una tesi in Composizione architettonica sulla riqualificazione urbana dell’area del Moll De la Fusta a Barcellona. Dal 1990 al 1993 è redattore stabile della rivista «Phalaris». Nel 1996 consegue il titolo di dottore di ricerca in Composizione architettonica con una dissertazione dal titolo Architettura e Retorica. La costruzione del testo. Dal 1999 al 2001 come professore a contratto insegna alla Facoltà di Architettura di Trieste e dal 2000 al 2003 alla Facoltà di Architettura dell’Iuav, dove tiene i corsi di Teorie e tecniche della progettazione architettonica.
Dal 2003 al 2006, come ricercatore confermato presso il Dipartimento di Progettazione architettonica, partecipa a ricerche di ateneo di rilevante interesse nazionale sui temi della riqualificazione urbana, attraverso gli strumenti del progetto di architettura e si occupa dell’architettura del Moderno nei paesi dell’America Latina. Il tema della riqualificazione del paesaggio, dei manufatti obsoleti e delle periferie urbane trova, nella sua ricerca sperimentale, riferimenti nelle opere degli architetti Jože Plečnik, Bogdan Bogdanovic, John Hejduk, Lina Bo Bardi.
Nel 2004, nell’ambito della IX Mostra di Architettura della Biennale di Venezia, con Luciano Semerani e Giovanni Marras, ha curato l’ordinamento e l’allestimento della mostra “Lina Bo Bardi Architetto” alla Galleria di Arte Moderna a Ca’ Pesaro di Venezia. Nel 2006, con Luciano Semerani e Giovanni Marras, ne ha curato la riedizione “Lina Bo Bardi Arquiteto” al MASP- Museo di Arte di San Paolo del Brasile. Le ricerche condotte in questo campo sono documentate nelle pubblicazioni: Lina Bo Bardi Architetto, Marsilio, Venezia 2004; Não pise nas formigas, não mate as baratas, in Lina Bo Bardi Arquiteto, Catalogo della mostra “Lina Bo Bardi Arquiteto”, MASP-Museu de Arte de São Paulo, 2006; Arquitectura Y Metrópolis, in “Revista de Historia y Teoría de la Arquitectura”, N.10-11, Sevilla 2012; Il diritto al brutto. Lina Bo Bardi e la costruzione del desiderio, CleanTeca, Napoli 2012; “Lina Bo Bardi, Sesc-Fàbrica Da Pompéia”, voce del Dizionario dell’Architettura del Novecento, a cura di M. Braghi e A. Ferlenga, Torino, Einaudi (in corso di pubblicazione). Responsabile dell’Unità di Ricerca Iuav sulle “Tecniche innovative di progettazione e costruzione dell’housing” ne pubblica i risultati nei due volumi intitolati La CASA, (Skira, Milano 2008 e 2011). È responsabile scientifico della ricerca “Gusci da abitare” finanziata dal Fondo Sociale Europeo per l’anno 2011-2012. Membro dal 2003 del Collegio dei docenti del Dottorato di ricerca in Composizione architettonica ne ha proposto un primo bilancio con la mostra e la pubblicazione Tecniche di analisi e di composizione- Venezia e Milano (Il Poligrafo, Padova 2011).

SE IL RICICLO E’ UN PROGETTO DI ARCHITETTURA
Porto Marghera, area Sava (ex alluminifcio)

ANTONELLA GALLO
Tutor: Giorgia De Michiel, Andrea Pastrello

È noto che il “recupero” delle costruzioni e delle aree obsolete rappresenta oggi uno dei temi di grande attualità.
Tuttavia la coincidenza del “riuso” con la “qualità” non è scontata.
La “qualità del progetto” nell’architettura dipende in primo luogo dall’appropriatezza delle forme e degli spazi alla loro ragion d’essere.
Ora è evidente che un manufatto o uno spazio industriale rispondono a pratiche produttive ed a tecniche costruttive proprie e che la loro riappropriazione a nuovi usi deve passare attraverso una serie di scelte di tecnica compositiva.
Partiremo da un manufatto – l’ex alluminificio Sava – caratterizzato da una struttura bellissima, architettonicamente importante, originale, ora colonizzato unicamente da una vegetazione che ha portato al di sotto delle sue capriate in acciaio l’accidentalismo, la spontaneità e la vitalità del mondo naturale
Date le sue misure e caratteristiche, interpretando il manufatto come una enorme galleria/loggiato che può contenere e ospitare al proprio interno altri eventi, esso fungerà per noi da invaso per la costruzione di un nuovo paesaggio abitato.

Il primo passaggio riguarderà la conoscenza, la presa di possesso del manufatto preesistente al fine di comprenderne logica costruttiva, vincoli, le potenzialità spaziali e figurative: tracciati, geometria, forma e carattere degli elementi costitutivi della struttura. Una conoscenza quindi non diretta al restauro, ma a recuperare l’espressività materica del manufatto industriale, la valenza plastica della sua struttura, la disponibilità delle singole campate di inglobare altri elementi e altre strutture spaziali.
Le misure e le proporzioni del manufatto produttivo dovranno essere poste in relazione con misure e proporzioni di corpi e spazi che derivano da ipotesi di nuove tipologie e/o nuove infrastrutture.
Se, ad esempio, la struttura dell’edifico preesistente definisce una trama spaziale riconoscibile, anche per i nuovi manufatti che essa ingloberà dovranno essere immaginate delle trame spaziali specifiche. L’interazione tra i diversi schemi, il contrasto tra griglie spaziali vecchie e nuove potrebbe essere assunto come primo tema di progetto.
Questo primo passaggio, propedeutico ai passaggi successivi, prevede da subito la realizzazione collettiva (cioè con il contributo di tutti i partecipanti, l’aiuto dei tutors e sulla base dei disegni forniti dalla docenza) di un unico plastico dell’ex alluminificio Sava che funzionerà sia da “armatura” su cui provare, durante lo svolgimento del workshop, la congruenza delle ipotesi in via di affinamento, sia da “armatura” per il montaggio delle soluzioni conclusive.

Il “secondo passaggio” riguarderà l’approfondimento culturale della nozione di “riciclo”. L’attualità del riciclo non discende solo da considerazioni di tipo ambientale ed economico, ma si colloca per l’architetto, in quanto uomo del XXI secolo, dopo una serie di esperienze estetiche che dal surrealismo a dadà alla pop-art ha abituato a percepire il contrasto e la dissonanza tra gli oggetti assemblati come un dato dell’esperienza percettiva.
Ora il montaggio tridimensionale dinamico di vecchi e nuovi manufatti, o elementi di manufatti, di vecchi e nuovi spazi nel progetto di architettura si colloca all’interno di questa cultura della trasformazione e della metamorfosi che le altre arti hanno per tutto il XX secolo sperimentato e che solo alcuni Maestri hanno fino ad oggi applicato nella invenzione architettonica.

“Terzo passaggio” utile la precisazione delle intenzioni in ordine ai valori plastici, materici e cromatici dei corpi e delle superfici da recuperare e di quelle di progetto.

“Quarto passaggio” la costruzione e l’autoanalisi critica in corso d’opera dell’attività sperimentale di progettazione attraverso modelli e grafici di lavoro.

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